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Torino - Museo Regionale di Scienze Naturali - Hans Hartung. Lo Slancio - dicembre 2010-gennaio 2011

Mostre nazionali


HANS HARTUNG. LO SLANCIO
MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI - TORINO
19 DICEMBRE 2010-30 GENNAIO 2011


Curatore: Paolo Turati - Direttore artistico: Luca Barsi
Comitato scientifico e testi in catalogo: Guido Curto, Danilo Eccher, Guido Folco, Angelo Mistrangelo, Giampaolo Paci, Ugo Nespolo, Vittorio Spampinato
Comitato d'onore: Marco Albera, Fiorenzo Alfieri, Michele Coppola, Paolo Osiride Osiride Ferrero, Silvio Magliano, Tiziana Nasi
Organizzazione a.i.p.s.; direzione e segreteria: Angelo Catanzaro, Dino Mascia, Federico Gazzaneo, Rosalba Pastorino
Media Partner: Italia Arte, La Stampa


HANS HARTUNG: L'INVENZIONE DI UN NUOVO LINGUAGGIO, TRA MUSICA E PITTURA
di Guido Folco

"Penso che la pittura definita 'astratta' non sia nè un 'ismo', nè uno stile, nè un'epoca della storia dell'arte, ma un differente linguaggio dell'uomo": conoscere l'opera di Hans Hartung permette di intuire quanto siano stati importanti, per lui, l'identità della persona, così minata dagli anni delle guerre del 'secolo breve' e così provata su se stesso e il principale strumento utilizzato dall'uomo per interagire col mondo, vale a dire il linguaggio in senso lato, la ricerca di un alfabeto universale, la comunicazione espressa in maniera trasversale rispetto alle consuetudini del tempo. Pittura intesa, per Hartung, anche come eliminazione di barriere e confini fisici e mentali, come una sorta di colorato e un po' utopistico Esperanto, con cui raccontare il mondo e l'uomo. Un antesignano, se si vuole, dell'arteterapia, di quella disciplina che attraverso l'espressione corporea permette di superare malesseri e percezioni di inadeguatezza sociale. Non vi è mai capitato di ascoltare una melodia e di immaginare uno spicchio di realtà o un'illusione dettata dalla fantasia? Sicuramente sì, perchè il collegamento tra immagine e musica è uno degli elementi fondanti della civiltà umana, istintiva ed immediata, dai ritmi ancestrali che preparavano e accompagnavano le prime battute di caccia dell'uomo primitivo, raccontate nei graffiti preistorici come piani di battaglia, all'anticonformista cultura Pop della metà del Novecento. Ecco quindi che pittura e musica, immagine e ritmo diventano spesso un tutt'uno. E' interessante approfondire il rapporto di Hartung e dei suoi lavori, della sua interpretazione pittorica, con le rivoluzioni musicali del Novecento, che non si riferiscono semplicemente a una questione di gusto, ma alla struttura stessa di molte composizioni, tra le più importanti del secolo. Solo per fare qualche esempio, nell'opera di Arnold Schönberg (Vienna 1874-Los Angeles 1951) le regole del cosiddetto sistema 'tonale' vengono stravolte e il musicista si inventa un nuovo linguaggio che comprende tutte le dodici note della scala musicale cromatica, dando vita alla dodecafonia, 'madre' della musica seriale. In tale sistema ogni nota si rapporta con l'altra senza sopraffarla, in un gioco rigoroso di armonia e geometria. Se osserviamo alcuni dettagli delle opere di Hartung possiamo apprezzare come le sequenze cromatiche si susseguano ritmicamente e in stretto rapporto tonale e gestuale l'una con l'altra, creando una sinfonia di luce e colore altamente simbolica, senza prevaricazioni. La ripetitività del segno di Hartung si ribella però all'uniformità complessa dodecafonica, trovando libertà dialettica nello scompaginare il formalismo sequenziale del sistema: qui il suo genio, la sua sregolata visionarietà. Nelle opere dell'artista prevale una tensione costante tra linee tracciate sul supporto e zone colorate intensamente, tra fantasia e rigore plastico e formale, che si confrontano in movimenti seducenti ed esuberanti, proprio come nei famosi "Notturni" di Claude-Achille Debussy (Saint-Germain-en-Laye 1862-Parigi 1918), altro grande compositore francese del tempo, assai innovatore. Pensiamo al primo volume di "Images pour piano" (1904-1905) che allude allo sciabordio dell'acqua sulle rocce, all'evocazione della natura, all'armonia universale in un contesto insolito e sorprendente, sinfonico e monumentale. Anche Hartung, nella sua interpretazione della personalità, dei sentimenti, della psiche umana, della natura elabora uno slancio verticale che conferisce struttura mistica e mitica all'idea di spazio, ricorrendo a suggestioni reali, lasciando vibrare e annegare le sfumature cromatiche in fondi spesso monocromi, dai toni freddi, a sottolineare l'informe abisso di dolore e passione in cui si dibatte l'uomo moderno, salvato dalla luce, dalla speranza. Sacralità e spiritualità si fondono col corpo e con la fisicità dell'uomo e l'artista ne coglie l'essenza attraverso i suoi movimenti pittorici, rigorosi ed equilibrati nella struttura complessiva, improvvisati e frementi nella rapidità di esecuzione, proprio come una 'jam session' jazz. Accelerazioni, rallentamenti, riprese improvvise: Hartung considera la sua pittura declinata nel tempo, vicino al reale, ma libera di esprimersi in quelle 'macchie', quelle 'taches' di colore che scaturiscono dal suo animo, uniche per "ritmo, volume, violenza, intensità", come scrisse nel suo "Autoportrait", edito da Editions Grasset, Paris, nel 1976.

GENIO E REGOLATEZZA: CICLO ED ANTICICLO NELL'ARTE E NELL'ESPARIENZA DI VITA DI HANS HARTUNG
di Paolo Turati

Cercare di inquadrare Hans Hartung in una “scuola” pittorica risulta non solo difficile ma probabilmente anche inutile. di poterlo apparentare a quella che, circoscrivibile nell'estensione della di Parigi al “giro di boa” della Seconda Guerra Mondiale, appare già di per sé farraginosamente costituita sia nei propri componenti che nelle gerarchie delle primogeniture e che sembra trarre in questa fase della sua maturazione la propria principale ragion d'essere nel contrapporsi, in particolare nel primo Dopoguerra, a quella che è nota come di New York, si ravvisano molti motivi per poter sostenere che il Maestro franco-tedesco non sia particolarmente debitore di questo e, a maggior ragione, neppure di alcun altro sodalizio per i risultati artistici d'eccellenza raggiunti attraverso proprie opere.'altra parte, non è che le 'scuole' pittoriche determinino, alla lunga, dei canoni entro i quali, standoci dentro, si ottengano dei garantitiDi più: è molto spesso solo l'artista che esce da quei canoni, spesso comodi, quello che riesce a lasciare un duraturo nel tempo. , brutalmente, alcuni nomi ascrivibili alla Scuola di Parigi( nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale), una città che, nello spazio di poco più di dieci anni ha perso, assieme all'Europa intera sconvolta dalla Seconda Guerra Mondiale, la titolarità di elegantiarumartistica che le si attribuiva indiscutibilmente da Millenni a completo appannaggio, com'è noto, di New York e del Nuovo Mondo. de Stael, Serge Poliakoff, André Lanskoy ( russi naturalizzati francesi), Wols( Alfred Otto Wolfgang Schultze), lo stesso Hans Hartung( anche loro entrambi naturalizzati, essendo tedeschi di nascita), Jean Fautrier, George Mathieu rappresentano una multinazionaleeuropea“lunga”circa vent'anni di artisti nati a cavallo della prima, delle Guerre Mondiali, le soluzioni artistiche peculiari dei quali( spesso assai dissonanti fra loro ed è proprio in queste differenze, non solo nel loro ambito di ma anche rispetto ai colleghi artisti americani/zzati, che si riscontra l'estremo dinamismo qualitativo sotteso alla sostanza profonda dell'intero movimento) si sono espresse a cavallo, invece, della Seconda Guerra Mondiale. Stessa di New York, per la verità, presta il fianco a numerosi limiti di definizione A parte l'indubbio 'vantaggio competitivo' di ritrovarsi posto giusto nel momento giustoe di aver incontrato dei mentori altrettanto adeguati come la mecenate Peggy Guggenheim o il teorico dell'Espressionismo Astratto Harold Rosenberg, non si può asserire che si tratti d'altro se non di un movimento molto ,nei propri canoni spesso labili, benché senza dubbio di sostanziale importanza per il gusto estetico della Seconda Metà del Secolo, i cui contorni restano, assai giustamente, frastagliati e ricchi di nicchie a volta personalistiche, a volte( come per il gruppo dei cosiddetti “Irascibili”) andatisi a formare per motivazioni anche non solo artistiche. Motherwell, Bernett Newman, Jackson Pollock, Franz Kline, Adolph Gottlieb, Arshile Gorky, Willem De Kooning, lo stesso Mark Rothko, molti dei quali ultimi anch'essi originari del Vecchio Continente dal quale -così come i Surrealisti ed i Dadaisti- erano emigrati susseguentemente al montare del Nazifascismo, mostrano, mutatis mutandis, aspetti di variegata disomologazione rispetto ad un denominatore comune, riscontrabile ora- peraltro principalmente- nell'painting o ora nel fields painting, quali possono essere parimenti osservati, appunto, nei pittori “restati” in Europa nonostante la Guerra di cui Hans Hartung fa, ad ogni modo e nel senso più generale, parte.importa che si assuma come paradigma che la pittura di Hans Hartung possa venire definita Espressionismo Astratto, Astrattismo Lirico o Tachismo, anche perché è proprio in un continuo divenire( molto più marcato da afflati di ricerca evolutiva rispetto a quelli, per esempio, di un altro grandissimo quale il canadese francofono Jean-Paul Riopelle, anch'egli, tra l'altro, a sua volta marito di un'artista, così come lo era stato non solo nel nostro caso Hans Hartung di Anna-Eva Bergman ma anche -fra vari altri esempi riscontrabili in merito nella storia della Pittura- lo stesso Jackson Pollock di Lee Krasner, cioè della somma espressionista astratta Joan Mitchell) che il Maestro di Lipsia ha elaborato la propria, personalissima, crescita. sperimentando indipendentemente, nelle fasi acerbe ma allo stesso tempo già estremamente avanzate della propria concezione estetica, poi intrigato dall'Astrattismo di Vassily Kandisky ( ma per nulla da questo soggiogato: Hartung non era particolarmente suggestionato dall'idea di l'infinito seguendo una serpentina),quindi attratto dalle relazioni matematiche che controllano le forme ed i colori, infine affascinato dalla gestualità, Hartung, i cui periodi artistici( più o meno decennali almeno per quanto riguarda gli ultimi quarant'anni della sua vita) appaiono più semplicemente disaminabili che per altri pittori, rappresenta, per gli svariati motivi che andremo ad analizzare, per l'Arte Moderna e Contemporanea una straordinaria “modularità”, nell'eccellenza estetica, difficilmente riscontrabile altrove. serenità oppure drammatico abbacinamento, ovvero entrambi, il risultato di un'evoluzione espressiva che raggiunge in Hartung un suo punto mediano nelle opere degli anni Sessanta( in particolare i primi), quale, significativamente, quella su tela 65x46 cm del 1963 esposta proprio nel contesto di questa Mostra?è un quesito peregrino. ' ben vero che dal 1960 in avanti( superati ormai gli “anni bui” e conseguiti i più ampli riconoscimenti internazionali, ivi compreso il primo premio, ottenuto quello stesso anno con votazione unanime della giuria, alla Biennale veneziana) la tecnica artistica hartunghiana assume una tipologia del tutto nuova, sicché parlare di punto mediano può apparire inesatto. D'altra parte, il collezionismo europeo( e mondiale, ma con dei distinguo di cui si accennerà in seguito) stima in generale come le opere degli anni Sessanta di Hans Hartung rappresentino mediamente( lo ha ravvisto “sul campo” lo scrivente di queste note sin dai primordi della propria passione collezionistica, che, come vari altri, per la verità, ha selezionato Hartung come una scelta da cui non si poteva prescindere) il suo “must” da detenere in collezione. Per altro verso, il 1960 rappresenta anche da un punto di vista che si potrebbe provocatoriamente definire di “politica bilaterale Germania-Francia” inerente al lavoro del Maestro uno snodo che, visto retrospettivamente, si mostra come molto significativo.la pietra miliare del Sessanta, appare però anche sempre più evidente come la Germania, ampia elargitrice di onori ad Hans Hartung nel decennio precedente, lo venga man mano a riconoscere ormai come un pittore storico e sedimentato e sempre meno di tendenza. L'opposto avviene invece in Francia, che tenderà a dilatare l'interesse per le sue opere da quegli anni in poi. Contraddizione o diversa evoluzione dei gusti e del mercato artistico interno a due Paesi che, entrambi, hanno riconosciuto ad Hartung valenze non solo culturali ma anche civiche( Hartung è stato uno fra i pochi a ricevere riconoscimenti, ed ai massimi livelli, al merito anche di Guerra sia tedeschi che francesi)? Difficile rispondere in modo esaustivo. Con ogni probabilità in Germania il Neoespressionismo di Gerhard Richter, Sigmar Polke e Georg Baselitz( ma anche poi di Rainer Fetting ed Anselm Kiefer) ha dirottato l'attenzione verso sperimentazioni che in Francia hanno seguito strade diverse, sebbene non appaia per nulla scontato che, in quell'ambito culturale, l'opera di Hartung non debba risultare, più prima che poi, oggetto di rivisitazioni che potranno risultare anche sorprendenti. E' in ogni modo principalmente la sperimentazione tecnica degli anni Sessanta quel fattore topico dell'Arte di Hans Hartung che ci induce a parlare di àinerentemente alle sue opere di quegli anni. In merito, vanno fatte alcune considerazioni che possono essere considerate estendibili anche ad altri artisti. In quegli anni si iniziano ad utilizzare colori acrilici, che seccano più in fratta e consentono un'eccellente plasmabilità senza quasi nulla togliere alla qualità tonale del cromatismo. Se i colori acrilici fossero stati introdotti sul mercato dei materiali, per la verità contemporaneamente assieme al…nastro adesivo, neppure vent'anni prima, oggi ci ritroveremmo con molte più opere fruibili in circolazione, fra i vari, di Piet Mondrian, il quale tanto s'irritava per la lentezza dell'essicazione dei suoi modelli di “stijl” su tela, da decidere di utilizzare come solvente il kerosene al fine di accelerare il processo, col risultato che, oggi, gran parte dei suoi lavori risultano pieni di craquelures sempre difficilmente “gestibili”. Ma non è solo nell'utilizzo degli acrilici che le opere di Hans Hartung degli anni Sessanta rappresentano uno snodo centrale delle sue ramificazioni di concettualità estetica. Le tele diventano man mano sempre più gradi, mentre l'intervento dell'artista, anche -e a maggior ragione- nei sulla materia colorata stesa sul supporto( la consistenza della cui massa viene, fino alle opere di metà degli Ottanta, sapientemente “gestita” dal “”dell'artista come componente essenziale del dipinto), avviene senza più i meticolosi bozzetti ed i lavori preparatori degli anni precedenti, uniformandosi, ma solo in questo, al senso comune degli espressionisti astratti americani che vedevano come padroneggiabili testualmente in modo “strong” solo tele piccolehartunghiano assai significativo, questo, del passare alla gestualità proprio quando il fenomeno dell' 'Action painting' si va ormai archiviando ad appannaggio di fenomeni artistici in corso di ampia metamorfosi( quali in Neorealismo di cui s'accennava sopra) e spesso sempre più legati all'aspetto sociale del mondo moderno, come nel caso della Pop Art, del Neodadaismo e di quel Nouveau Réalisme teorizzato da Pierre Restany proprio in Francia in quegli anni, cosi come lo era contemporaneamente l'Arte Povera da Germano Celant in Italia.di nuovo, “sotto il cielo” hartunghiano dell', se si pensa, per esempio, alle sue ispiratissime “macchie” degli anni Venti( rilevante esempio primigenio di espressione artistica informale, ancorché influenzata, magari fin che si voglia subliminalmente, dell'Espressionismo di alcuni sommi precursori come Emil Nolde, reso ancor più significativo se si pensa alla sua giovane età quando, peraltro, si era oltretutto in pieno periodo astrattista-kandinskyano). Gli anni Sessanta, quando Hartung inizia anche ad utilizzare compressori d'aria( evoluzione di aspirapolveri che l'artista utilizzava in precedenza intervenendo sul motore per invertire il flusso d'aria) e strumenti di vario genere( spatole, minirippers, negli ultimi anni Sessanta ed anni Settanta, del cui utilizzo si può avere significativo esempio, in merito a questa retrospettiva, osservando le due tele, rispettivamente, 81x100 cm del 1975 e 46x61 cm del 1969, ma anche scopini ricavati dalle frasche degli olivi che circondavano l'atelier di Antibes, in particolare dagli anni Ottanta: un esempio di impiego di questo strumento è proposto, sempre in questa esposizione, attraverso l'opera su tavola 80,6x120 cm del 1980 ) che verranno adoperati sempre più frequentemente nei decenni successivi, sono dunque il giro di boa dello “sdoganamento” consapevole di Hartung dall'Astrattismo( da fenomeni correlati come il Cubismo si era già dissociato nei primi anni Trenta) nella sua concezione più tradizionale, ancora assai evidente nelle sue opere degli anni Quaranta e Cinquanta, per raggiungere modelli di astrazione( a parte che negli anni Settanta) sempre più informali. , ci si domandava: radiosa serenità o drammatico abbacinamento( o entrambi)? L'impressione è proprio che predomini spiritualmente nell'espressione estetica di Hartung, specie dagli anni Sessanta in poi, un mèlange complesso fra i due estremi. Lo scuro spesso predominante delle “informe” e la drammaticità delle graffiature( segno evidente dei segni lasciati dai fatti dolorosi della sua vita) sono in realtà del tutto compensate della compostezza dei colori primi utilizzati sullo sfondo dal Hartung( che, in questo, rimanda senza meno a Mondrian) e dall'equilibrio delle masse nel complesso della tela: una “regolatezza” che il genio del Maestro si è d'altra parte sempre imposta, studiando fin dalla giovinezza le dinamiche astronomiche( tanto da essersi costruito un telescopio da solo), poi le relazioni matematiche della Sezione aurea.e anticiclo, genio e regolatezza: forse, come vedremo ulteriormente confermato dalle considerazioni di cui più oltre, sono queste le principali chiavi di lettura di Hans Hartung. Hans Hartung come artista solamente signico o gestuale è, per il cinquanta per cento, inesatto.da quanto accennato sopra, va ribadito quanto diligentemente il Maestro, fino a tutti gli anni Cinquanta, preparasse i suoi lavori da realizzare su supporti “nobili”( in genere su tela o tavola di legno, ma talora anche su cellotex o masoniti varie) con meticolosi bozzetti preparatori, il più delle volte su carta, che venivano variamente ingranditi nella versione finale. Quello che va sottolineato, tuttavia, è che, in tutta questa accuratezza, il risultato finale del lavoro teneva spesso conto dell'immediatezza del bozzetto, tralasciando pedantesche correzioni di eventuali frutti incontrollati del gesto originario. Il risultato complessivo delle opere che, da metà degli anni Trenta si protendono fino alla fine degli anni Cinquanta, risulta dunque assai spesso doppiamente pregiato per l'insieme determinato dall'a e dalla finale. L'equilibrio compiuto di tali opere è a volte davvero strabiliante. Come Mondrian riusciva ad amplificare nelle proprie opere mature con pochi rettangoli ed ancor meno colori primi ( ma sempre su sfondo bianco: blu, giallo e rosso, colori soventissimamente utilizzati anche da Hartung) la spazialità delle proprie tele “aggiungendo spazio” e, così ( come avrebbe in seguito sostenuto in senso generale Robert Rauschenberg), “creando Arte”, altrettanto Hartung riusciva a fare con i suoi fasci di lame (spesso scure, a volte policrome, su sfondo prevalentemente monocromatico ma di tinte variabili a seconda dell'ispirazione) così perfettamente contrappesate nella loro astrattezza da farne prototipi che avrebbero potuto essere utilizzati anche come modelli di eccelso design. Un esempio emblematico lo si ritrova in una delle opere esposte in questa mostra; la storica del 1950 tela intitolata T.50-5. con lo Spazialismo? Il discorso richiederebbe pagine e pagine, riflettendo sul fatto che vi sono meravigliose opere degli anni Cinquanta e Sessanta di Hans Hartung( vedere l'immagine) costituite da pochissime( finanche una sola) linee tracciate o graffiate verticalmente su sfondo monocromatico, che rimandano per l' inevitabile analogia ai tagli di quei periodi di Lucio Fontana. D'altra parte, se si assume come dato, in effetti poco controvertibile, che nella poetica visiva di Hartung la predominante “eletta” sia la luce( quella delle stelle che studiava attraverso l'Astronomia, o, magari , addirittura l'espressione di qualcosa di più spirituale, in grado di illuminare un'anima), risulta difficile non mettersi a far di conto anche con lo spazio. E, peraltro, il concetto spaziale, in Hans Hartung, non si limita al risultato visivo di un'opera compiuta, bensì si rapporta con variabili attinenti alla gestualità dell'artista. Sparare a spray del colore acrilico attraverso un compressore su di una tela produce risultanti del tutto differenti a seconda di quanto lontana( o inclinata, o oscillante) rispetto alla tela si ponga la mano che regge la pistola ad aria, tanto per fare un esempio. E' proprio in variabili come questa che l'painting dell'artista franco-tedesco rinnovella efficacemente le intuizioni di Jackson Pollock. E, in fondo, cosa rappresentano per lui i fulmini, quel formidabile fenomeno naturale che tanto lo aveva affascinato da indurlo sin dall'adolescenza a riempire pagine e pagine di zigzag nel tentativo di riprodurne la dinamica, la forza, il accecamento? Molte delle sue tele riportano questa suggestione: un balenio che emerge dal buio e, in un istante, sparisce, come accade per la vita di un uomo rapportata alla durata dell'Universo, dopo aver percorso uno spazio-tempo ad una velocità incredibile( quella, appunto, della luce, pari a quasi trecentomila chilometri al secondo). In merito all'attenzione di Hans Hartung sulle regole matematiche e geometriche (come quella stessa Sezione aurea, che era peraltro già stata assunta come uno dei parametri dell'artistico da parte di molti degli stessi primari esponenti del Bauhaus, come Walter Gropius, Paul Klee e, naturalmente, Vassily Kandinsky), gli equilibri astronomici ed i fenomeni fisici, va ragionevolmente ammesso che tutto ciò non può non avere attinenza rispetto ad un approfondimento fisico-filosofico relativistico che, in un modo o nell'altro, deve aver attraversato la mente del Maestro negli anni decisivi della sua formazione culturale e spirituale, specie se si considera la coincidenza cronologica quasi perfetta con quelli in cui la Quantistica planckiana e la Relatività ( ristretta e generale) einsteiniana hanno iniziato a permeare le coscienze non solo più scientifiche, ma anche umanistiche di molti uomini circa la plausibilità dell'esistenza di un processo in corso che portasse ad una di riunione filosofica-fisica in un unico coacervo, come mancava agli assunti culturali del Mondo ormai sin dai tempi dei filosofi della Grecia antica. Che questi recuperi si siano prodotti quali riflessioni sugli afflati pittorici( ad esempio, la ripresa sulle sue tele negli anni Settanta di forme astratte, ancorché di diverso stilema, come accadeva negli anni Cinquanta o precedenti) o, addirittura, affettivi( il doppio matrimonio, nuovamente dopo vent'anni, con Anna-Eva Bergaman) dimostrano come il pittore non si sia mai “fatto portare” dagli eventi ma, anzi, ne sia stato protagonista, “affrontandoli sul campo” senza remore e timori, e, cosa ancor più importante, senza compromessi. Lo stesso fatto che Hartung abbia sempre accuratamente evitato un'omologazione politica, da molti altri suoi “colleghi”( specie italiani) fatta propria spesso anche solo per questioni di facilitazione commerciale( più che culturale), la quale, nel Dopoguerra, sarebbe risultata più che legittima rispetto al suo personale background( si pensi solo alle gravi problematiche insorte in capo al pittore nei rapporti con le autorità naziste anche già solo nell'anteguerra per il semplice fatto di essere amico o sodale di artisti comunisti ed ebrei), è emblematico di questo suo rigore.s'è detto cicli ed anticicli sono una costante del passaggio di Hartung su questa Terra, cosa spesso comune a molti di noi, anche se, magari non con la frequenza e l'incidenza occorsigli.di famiglia della borghesia medio-alta, Hans Hartung si ritrova all'inizio degli anni Trenta improvvisamente senza Patria, a causa della propria avversione al Terzo Reich che lo motiva a trasferirsi( scelta peraltro rafforzata da ovvie motivazioni artistiche) a Parigi, e contemporaneamente senza beni( che gli vengono bloccati dopo la morte del padre per sospetti di collusione con gli ambienti kommunist, aggravati dal fatto di essere contemporaneamente espatriato). Un apolide, sostanzialmente, sospettato a sua volta a causa della propria nazionalità anche nei Paesi in cui cerca asilo, come in Spagna, dove viene addirittura incarcerato, ed in Francia, in cui non riesce neppure a mantenere l'impegno di combattere contro il Nazismo risultando reclutato sotto la bandiera francese, tanto da doversi così arruolare nella Legione Straniera, con le conseguenza che ne seguiranno, cioè il ferimento e l'amputazione della gamba ed i relativi aggravamenti che si determineranno a causa di una degenza come la si può immaginare in quelle situazioni ed in quei momenti, così da rendersi necessario riamputare l'arto un seconda volta sopra il ginocchio., nel divenire della sua vita peraltro addirittura a perdere due volte un padre: quello naturale, con le conseguenze anche di lungo periodo viste, ed un nuovo padre-amico putativo, che ha la sorte di ritrovare per pochi anni nello scultore spagnolo Julio Gonzalez: un punto fermo che gli consentirà un'importante crescita artistica e che gli lascerà un ricordo indelebile da un punto di vista affettivo, assieme ad un secondo matrimonio con la figlia di quest'ultimo, anch'ella artista, Roberta, da cui Hartung, cinquantenne, si distaccherà poi per ri-unirsi con la mai dimenticata Anna-Eva Bergman, con tutti gli imbarazzi del caso, come racconta Hartung nella propria Autobiografia, fra cui quello di “come fare a dirlo ai rispettivi partners”!vicende che, viste retrospettivamente( come può accadere a chiunque in altri contesti) ed una volta sedimentati i fatti più drammatici ed angoscianti, non possono che aver in seguito suscitato sulle labbra del Maestro un sorriso mesto e, magari, bonario, quando, dagli anni Sessanta, supera, con l'arrivo del riconoscimento della sua opera, definitivamente i problemi economici, riesce dignitosissimamente a gestire quelli fisici e, addirittura, da apolide quale risultava pochi decenni prima, si ritrova praticamente con cucito addosso( ad onta delle ambiguità che lo avevano coinvolto negli anni “bui”) un ruolo di artistico-culturale non solo fra Germania e Francia, ma per l'Europa intera, come, fra le varie espresse nel corso del tempo in merito, si ricava dalle osservazioni di Joern Markert a margine di una mostra alla Galleria di Arte Moderna di Monaco, nel 1981, che qui si riportano per la loro emblematicità, relativamente ad un “…destino europeo, naturalmente di un tipo particolare, ma non si meno in modo esemplare…”, che è quello che viene ormai univocamente da mezzo Secolo attribuito ad Hartung. Destino europeo non facile da intuire nei momenti critici della sua crescita artistica( che si è poggiata su provvidenziali personaggi illuminati, come spesso capita in questi casi, quali Will Grohmann, che ha seguito criticamente -ivi compreso l'episodio radioso dell'attribuzione del Premio Rubens, nel 1958- la carriera di Hartung in tutta la sua evoluzione, o, finanziariamente, Ottomar Domnick), eppure, questo oggi è un dato incontrovertibilmente acquisito, un occhio sensibile avrebbe potuto osservarlo sin da allora, non c'è dubbio.poco incide il fatto che l'( sotto vari punti di vista, da sei decenni e mezzo) America non sia ancora riuscita a considerare e( anche a seguito di errori strategico-critico-commerciali, come quello, assai negativamente significativo, di una grande retrospettiva del 1975, che comunque vide la presenza di 85.000 visitatori, gestita in generale poco sapientemente e con esposte solamente opere di medio-grandi dimensioni degli anni Settanta, al MoMa di New York, durante la direzione di Henry Geldzhaler) il genio di un artista che merita confini ancor più ampli, cioè, appunto, sicuramente mondiali. Vorrà dire che ci sarà ancor maggiore ampio spazio in futuro per analizzare sempre più approfonditamente l'opera del pittore franco-tedesco mentre, nel frattempo, gli investitori d'arte Moderna e Contemporanea intelligenti, potranno continuare ad acquistare opere di Hartung a prezzi più convenienti( a maggior ragione se il Dollaro è debole) negli Stati Uniti piuttosto che in Europa.dalla prospettiva già di mezzo Secolo fa di Giuseppe Marchiori( che ne curò un'importante esposizione a Milano), Hartung, che elegiacamente viene dal critico immaginato non tanto fuori dal mondo artistico quanto oltre gli standards a questo collegati, assume quasi la forma di un eroe moderno, una figura mistica che risulta sempre più difficile rinvenire “nella realtà” man mano che il tempo fugge verso un futuro sempre più problematico per il mondo.ciò è certamente condivisibile, specie se si assume la dimensione della sofferenza fisica che Hartung ha dovuto patire per 45 lunghi anni come mezzo per lui catartico di purificazione per il raggiungimento di un equilibrio esistenziale positivo e non alieno dal coltivare la speranza in qualcosa di più alto. In generale, è ben vero che è spesso il dolore, quello che ci aiuta a crescere e a divenire migliori, ma la gestione di questa sofferenza non sempre produce risultati condivisibili con gli altri. Nei grandi artisti( ma anche nei mistici), invece, il dolore rappresenta un mezzo per elevare i sentimenti collettivi.esempi non mancano, da Caravaggio a Frieda Kahlo( venne amputata la gamba destra anche a lei, che sul letto di morte ebbe a dichiarare: “Attendo con gioia la mia dipartita. E spero di non tornare mai più”) , ma anche da San Francesco d'Assisi a Stephen Hawking, e Hartung è stato certamente parte del gruppo di eletti della Storia del Mondo in grado di dirottare positivamente le energie scaturite dalla lotta contro la sofferenza senza demordere come purtroppo, non di meno, spesse, troppe volte, accade( e nel novero delle vicende di vita degli artisti gli esempi di azioni suicide si sprecano, da Vincent Van Gogh a Tancredi Parmeggiani, a Nicolas de Stael, ad Arshile Gorky, a Mark Rothko).Hartung, per altro verso, la razionalizzazione del livello di sofferenza fisica ha portato ad una serie progressiva di razionali provvedimenti tecnici “attagliantiglisi” man mano che la sua disabilità andava peggiorando. Specie dopo la crisi di salute del Dicembre del1986, provvide a dotarsi di strumenti sempre più leggeri e di più agevole padroneggiamento per le sue forze man mano più esauste. “Sulfateuse” o “airless” le evoluzioni con cui venivano chiamati questi marchingegni ad aria compressa( spatole e frasche non riusciva quasi più ad adoperarle) che fossero, è essenzialmente nel motto che in Inglese farebbe “never give up” che il Maestro ha ritrovato, proprio negli ultimi anni della sua vita, sorprendenti motivazioni artistiche che hanno condotto ad una rielaborazione “evoluta” delle logiche artistiche delle prime opere degli anni Venti. I (ri)prendono calore, in quelle grandi tele, e l'energia che ne promana rimandano al vigore di un uomo giovane. Anche i livelli “produttivi” di quel periodo ritornano a crescere: 85 opere nel 1987 (di cui 29 nel solo mese di Marzo, a dimostrare una volontà di ripresa davvero sorprendente quando la salute lo assisteva, così come, con una sorta di autoregolazione nel “controllo di qualità, si asteneva il più possibile dal creare nei “momenti bui” ), 202 nel 1988 e, quasi un record( quanta sia stata la “collaborazione” da parte dei numerosi assistenti è intuibile, e tuttavia il dato è significativo), nel 1989, con 360 tele.e molto altro Hans Hartung, anzi, con le sue opere che sono e saranno sempre lì a mantenerne traccia indelebile nella memoria del Mondo, si può tranquillamente affermare, ad oltre vent'anni dalla sua morte fisica, che continua ad essere, senza dubbio: è motivazioni che hanno determinato la realizzazione di questa Mostra sullo “slancio” di Hans Hartung rappresentano quanto di più stimolante ci possa essere per un Curatore. Trovare coniugatidi alto valore artistico assieme ad elementi di forte valenza sociale in qualsivoglia iniziativa è qualcosa di raro. La logica di porre un grande della pittura di tutti i tempi quale Hans Hartung come modello di uomo in grado di raggiungere l'eccellenza attraverso le proprie opere, in questo caso artistiche, pur da uno stato di grave disabilità, rappresenta il messaggio che il sottoscritto, l'organizzazione( l'Associazioni italiana paralisi spastica di Torino) e tutti i partecipanti al progetto, nonché i numerosissimi sostenitori( ivi compresi coloro che hanno dato in prestito le opere di Hans Hartung di loro proprietà, che si ringraziano sentitamente), hanno voluto trasmettere: un messaggio di fiducia che si sintetizza in un detto tanto antico quanto saggio che dice “per aspera ad astra”.

Turati-Curatore della Mostra



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